Ciascuna lingua ha sua perfezione, e suo suono, e suo parlare limato e scientifico; pur, chi mi domandasse per che cagione Dante più tosto elesse scrivere in vulgare che in latino e litterato stilo, risponderei quello che и la verità: cioè che Dante conosceva se medesimo molto più atto a questo stilo vulgare e in rima, che a quello latino o litterato. E certo molte cose sono dette da lui leggiadramente in questa rima vulgare, che né arebbe potuto, né arebbe saputo dire in lingua latina e in versi eroici. La prova sono l’Egloghe da lui fatte in versi esametri, le quali posto sieno belle, nientedimanco molte ne abbiamo vedute più vantaggiatamente scritte. E, a dire il vero, la virtù di questo nostro poeta fu nella rima vulgare, nella quale и eccellentissimo sopra ogn’altro; ma in versi latini e in prosa, non aggiunge a pena a quelli che mezzanamente hanno scritto. La cagione di questo и, che il secolo suo era dato a dire in rima; e di gentilezza di dire in prosa o in versi latini, niente intesero gli uomini di quel secolo, ma furon rozzi e grossi, e senza perizia di lettere; dotti nientedimeno in queste discipline al modo fratesco e scolastico.